A CASA E ALTROVE • A CASA E ALTROVE • A CASA E ALTROVE • A CASA E ALTROVE • A CASA E ALTROVE • A CASA E ALTROVE • A CASA E ALTROVE • A CASA E ALTROVE • A CASA E ALTROVE • A CASA E ALTROVE •
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Guardare il mondo, e rimetterlo al mondo. Rappresentandolo, certo, ma lavorando per sottrazione: descrivendone solo profili, sibilandone solo contorni, e sussurrando volumi e ingombri di “cose” della nostra vita, ma senza farne mai percepire il peso.
Tutto questo e altro ancora si respira nelle opere che da più di tre lustri Michele D’Agostino distilla, e costruisce lavorando in due modi differenti, seguendo una doppia direzione, con due risultati complementari: in chiaro e in scuro, tra bidimensionalità e tridimensionalità, tra “pittura” e “scultura”.
Carte chiare, bianche, che rinnovano una silenziosa tradizione di opere pensate per vivere della forza di quel materiale, per brillare nel suo spessore, in quei decimi di millimetro dove possono accadere molte cose, come nei “fogli” di Enrico Castellani dove il segno muove la superficie candida di quel sottile strato di cellulosa. Per D’Agostino, disegni scarnificati dove il tratto diventa un rilievo della carta, una nervatura lieve che regala un’immagine compiuta ma eterea, definita ma quasi impalpabile, luminosa come una filigrana. Fogli animati da segni silenziosi e precisi, e descrittivi, che stabiliscono una complicità con le opere di alcuni dei immortali, come le “mani” impresse nei manifesti da Félix González-Torres, quelle che indicando una direzione si distendono verso di noi, regalandoci lo stesso identico stupore che ci offrono questi frammenti di stanze quotidiane che D’Agostino consolida in un possibile fermo-immagine, come trattenendo il respiro.
Sculture scure in tondino di ferro, che ridanno forza alle intuizioni che proprio cento anni fa un certo Alexander Calder aveva trasformato in “statue sintetiche” capaci di rappresentare con proverbiale efficacia una serie di “oggetti trasparenti”: felici sculture artigianalmente sagomate, con spirito da vero bricoleur, descrivendo nell’aria forme che sarebbero diventate le premesse al suo più celebre, giocoso, scanzonato Cirque. Segni tracciati con grande maestria, che avremmo poi ritrovato in qualche eccezione della contemporaneità, come nei febbrili profili degli “stivali” di Luis Frangella (gli emozionanti Boot degli anni Novanta). Segni che in questo nostro tempo D’Agostino ha cercato di codificare, e pensato di “strutturare” con maggiore precisione, con l’energia della sua determinazione, come per svelare le armature di ideali costruzioni in cemento, come per radiografare corpi non presenti, come per contornare un vuoto, regalandogli un’essenza e svelandone un’anima. Come il suo “gemello” designer Jan Plecháč, Michele D’agostino ha la capacità di farci vedere oggetti e forme intorno a noi attraverso precise e sottili ossature, e regalarci quella “leggerezza” che avrebbe convinto anche il gigante Italo Calvino mentre preparava la prima delle sue Lezioni americane.
Beppe Finessi
Come una filigrana














Guardare il mondo, e rimetterlo al mondo. Rappresentandolo, certo, ma lavorando per sottrazione: descrivendone solo profili, sibilandone solo contorni, e sussurrando volumi e ingombri di “cose” della nostra vita, ma senza farne mai percepire il peso.
Tutto questo e altro ancora si respira nelle opere che da più di tre lustri Michele D’Agostino distilla, e costruisce lavorando in due modi differenti, seguendo una doppia direzione, con due risultati complementari: in chiaro e in scuro, tra bidimensionalità e tridimensionalità, tra “pittura” e “scultura”.
Carte chiare, bianche, che rinnovano una silenziosa tradizione di opere pensate per vivere della forza di quel materiale, per brillare nel suo spessore, in quei decimi di millimetro dove possono accadere molte cose, come nei “fogli” di Enrico Castellani dove il segno muove la superficie candida di quel sottile strato di cellulosa. Per D’Agostino, disegni scarnificati dove il tratto diventa un rilievo della carta, una nervatura lieve che regala un’immagine compiuta ma eterea, definita ma quasi impalpabile, luminosa come una filigrana. Fogli animati da segni silenziosi e precisi, e descrittivi, che stabiliscono una complicità con le opere di alcuni dei immortali, come le “mani” impresse nei manifesti da Félix González-Torres, quelle che indicando una direzione si distendono verso di noi, regalandoci lo stesso identico stupore che ci offrono questi frammenti di stanze quotidiane che D’Agostino consolida in un possibile fermo-immagine, come trattenendo il respiro.
Sculture scure in tondino di ferro, che ridanno forza alle intuizioni che proprio cento anni fa un certo Alexander Calder aveva trasformato in “statue sintetiche” capaci di rappresentare con proverbiale efficacia una serie di “oggetti trasparenti”: felici sculture artigianalmente sagomate, con spirito da vero bricoleur, descrivendo nell’aria forme che sarebbero diventate le premesse al suo più celebre, giocoso, scanzonato Cirque. Segni tracciati con grande maestria, che avremmo poi ritrovato in qualche eccezione della contemporaneità, come nei febbrili profili degli “stivali” di Luis Frangella (gli emozionanti Boot degli anni Novanta). Segni che in questo nostro tempo D’Agostino ha cercato di codificare, e pensato di “strutturare” con maggiore precisione, con l’energia della sua determinazione, come per svelare le armature di ideali costruzioni in cemento, come per radiografare corpi non presenti, come per contornare un vuoto, regalandogli un’essenza e svelandone un’anima. Come il suo “gemello” designer Jan Plecháč, Michele D’agostino ha la capacità di farci vedere oggetti e forme intorno a noi attraverso precise e sottili ossature, e regalarci quella “leggerezza” che avrebbe convinto anche il gigante Italo Calvino mentre preparava la prima delle sue Lezioni americane.
Beppe Finessi
Come una filigrana
Guardare il mondo, e rimetterlo al mondo. Rappresentandolo, certo, ma lavorando per sottrazione: descrivendone solo profili, sibilandone solo contorni, e sussurrando volumi e ingombri di “cose” della nostra vita, ma senza farne mai percepire il peso.
Tutto questo e altro ancora si respira nelle opere che da più di tre lustri Michele D’Agostino distilla, e costruisce lavorando in due modi differenti, seguendo una doppia direzione, con due risultati complementari: in chiaro e in scuro, tra bidimensionalità e tridimensionalità, tra “pittura” e “scultura”.
Carte chiare, bianche, che rinnovano una silenziosa tradizione di opere pensate per vivere della forza di quel materiale, per brillare nel suo spessore, in quei decimi di millimetro dove possono accadere molte cose, come nei “fogli” di Enrico Castellani dove il segno muove la superficie candida di quel sottile strato di cellulosa. Per D’Agostino, disegni scarnificati dove il tratto diventa un rilievo della carta, una nervatura lieve che regala un’immagine compiuta ma eterea, definita ma quasi impalpabile, luminosa come una filigrana. Fogli animati da segni silenziosi e precisi, e descrittivi, che stabiliscono una complicità con le opere di alcuni dei immortali, come le “mani” impresse nei manifesti da Félix González-Torres, quelle che indicando una direzione si distendono verso di noi, regalandoci lo stesso identico stupore che ci offrono questi frammenti di stanze quotidiane che D’Agostino consolida in un possibile fermo-immagine, come trattenendo il respiro.
Sculture scure in tondino di ferro, che ridanno forza alle intuizioni che proprio cento anni fa un certo Alexander Calder aveva trasformato in “statue sintetiche” capaci di rappresentare con proverbiale efficacia una serie di “oggetti trasparenti”: felici sculture artigianalmente sagomate, con spirito da vero bricoleur, descrivendo nell’aria forme che sarebbero diventate le premesse al suo più celebre, giocoso, scanzonato Cirque. Segni tracciati con grande maestria, che avremmo poi ritrovato in qualche eccezione della contemporaneità, come nei febbrili profili degli “stivali” di Luis Frangella (gli emozionanti Boot degli anni Novanta). Segni che in questo nostro tempo D’Agostino ha cercato di codificare, e pensato di “strutturare” con maggiore precisione, con l’energia della sua determinazione, come per svelare le armature di ideali costruzioni in cemento, come per radiografare corpi non presenti, come per contornare un vuoto, regalandogli un’essenza e svelandone un’anima. Come il suo “gemello” designer Jan Plecháč, Michele D’agostino ha la capacità di farci vedere oggetti e forme intorno a noi attraverso precise e sottili ossature, e regalarci quella “leggerezza” che avrebbe convinto anche il gigante Italo Calvino mentre preparava la prima delle sue Lezioni americane.
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