Iron Boys
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Tags: Dalisi, Ironman, Wizard, Oz, Yin, Comics, Fleming
Victor Fleming, The wizard of Oz, 1939
Riccardo Dalisi, Scultura
Iron Man (Marvel Comics), TK, 2009
Victor Fleming, The wizard of Oz, 1939 | Riccardo Dalisi, Scultura | Iron Man (Marvel Comics), TK, 2009
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Intervista con Riccardo Dalisi


Fabio Novembre È una vita che ti cerco; sono venuto per giocare
con te.

Riccardo Dalisi È una vita che ti aspetto, si potrebbe dire.


FN Come si fa a tornare bambini? Spiegamelo.

RD È il gioco che distingue il bambino, proprio
perché il bambino ha una profonda serietà dentro
di sé, un profondo senso di paura, di solitudine,
perciò gioca. E il gioco diventa l’essenza, poi, della
vita.

FN Milano è come il Vaticano del design: tutti i
cardinali sono là, e tu sei qui a Napoli come un missionario
che è partito per diffondere il verbo.

RD Più che missionario, sono un transfuga della
cultura. La prima cosa che ho negato è l’università
chiusa, e questo mi ha portato a uscire dall’università
e a incontrare Napoli e la sua anima. Napoli è l’unica
città europea in cui c’è ancora il popolo, il popolo con
la sua cultura, con la sua subcultura, con la sua forza
arcaica. Ho pensato di portare nel mondo del design
una voce nuova.

FN Mi ricordi Geppetto della favola di Pinocchio.
Mi aspetto che gli oggetti qui nel tuo studio
improvvisamente inizino a muoversi...
È pazzesco che un’azienda come Alessi ti chieda
di ridisegnare la caffettiera napoletana e passano otto
anni prima di vederla realizzata. È il tempo dilatato,
poteva succedere soltanto qui a Napoli, potevi
essere soltanto tu.

RD Sono stato io che ho fermato Alessi. C’era un
primo modello che piaceva molto, ho detto no, facciamo
ricerca, facciamo sentire questa ricerca nella città
di Napoli, andiamo fino in fondo. Facendo così ne ho
prodotte tantissime e abbiamo fatto alcune mostre.
Queste caffettiere sono diventate la commedia dell’arte
del design.

FN Mi interessa veramente la scelta che hai fatto,
è una scelta radicale: dire no alle industrie, almeno
in parte, e sì agli artigiani, al lavoro per strada, al lavoro
con la gente comune.

RD Il lavoro mi ha portato a stretto contatto con
degli artigiani, gli artigiani dei vicoli di Napoli. Alcuni
erano disoccupati, perché i loro laboratori chiudevano.
Con degli amici abbiamo creato due piccole
botteghe, dove abbiamo fatto tutte queste caffettiere,
fino ad arrivare a fare delle sculture grandi e impegnative.
Si è creata proprio qui, in questi vicoli, come
a Rua Catalana, una cultura in cui non si sa dove
inizia l’arte, dove finisca il design e dove, invece, c’è
l’artigianato...

FN In fondo Rua Catalana è una specie di scuola
del design. Il design va sempre di più verso la specializzazione:
le università del design, le scuole di
design... Ma cosa si insegna? Questa è l’anti-scuola
del design o, forse, è la vera scuola del design radicale?

RD È il design «di strada». L’ho chiamata anche
«università di strada», «scuola di strada».

FN Ho letto che Alessandro Mendini descrive il
tuo metodo di lavoro come geometria espansiva. Si
parte da un’idea, da uno schizzo, ma poi tutto si
mescola, si macchia, diventa lavoro di bottega, diventa
opera di quartiere. Cosa vuol dire geometria
generativa?

RD Se noi prendiamo un seme, un seme ha la sua
geometria. Poi il seme comincia a soffrire la sua compattezza,
si apre, è sensibile all’esterno, si espande, tira
fuori altre forme geometriche...

 

Fabio Novembre, Il Design spiegato a mia madre, Rizzoli, 2010

 
 
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