friday, 3 September 2010
Shiro Kuramata,  Revolving Cabinet, 1970 Shay Alkalay, Stack, 2008 James Nizam Today & Tom_2010
Shiro Kuramata, Revolving Cabinet, 1970 | Shay Alkalay, Stack, 2008 | James Nizam Today & Tom_2010
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thursday, 2 September 2010
Magritte, Decalcomanie, 1966 Alessandro Mendini, Sun dream, 2003 Jean-Charles De Castelbajac, Spring 2009
Magritte, Decalcomanie, 1966 | Alessandro Mendini, Sun dream, 2003 | Jean-Charles De Castelbajac, Spring 2009
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wednesday, 1 September 2010
Erwin Wurm, ufo, 2006 Beni Bischof,  Handicaped cars, 2009 Fred Lammers, Conceptron 300, 2010
Erwin Wurm, ufo, 2006 | Beni Bischof, Handicaped cars, 2009 | Fred Lammers, Conceptron 300, 2010
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Nel montare delle celebrazioni per il centenario della nascita del Futurismo, l’approccio generalizzato è stato quello di esaltare il grande movimento artistico decontestualizzandolo dal periodo cupo cui avrebbe dato origine. Infatti nel manifesto del 1909 si leggono tutti i segnali allarmanti di quello che poi si sarebbe verificato. Aggiornare il manifesto di Marinetti è stato un gesto di empatia verso quei ragazzi del secolo scorso, inconsapevoli (loro sì) delle conseguenze di quell’ansia da futuro. Il nostro tempo, al contrario, richiede assoluta consapevolezza, e un senso del presente come regalo di cui far tesoro.
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Non credo di avere un metodo. Penso che ciò sia dovuto alla facilità con cui una soluzione progettuale mi si manifesta. Diciamo che ho la fortuna di essere un visionario e questo mi esime dall’applicazione metodica. L’assenza di fatica devo però compensarla con un accurato equilibrio delle condizioni che mi circondano, come per un esperimento in laboratorio. Una delle mie caratteristiche essenziali è la mescolanza dei saperi, il circondarmi di amici che si esprimono in ambiti diversi. Come nell’incrocio delle razze, dove i risultati migliori si ottengono attraverso la diversità.
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sunday, 29 August 2010
Credo che le persone non abbiano una chiara percezione del proprio invecchiamento e che comunque preferiscano adottare uno sguardo indulgente con la propria immagine riflessa nello specchio. Lo scorrere del tempo rimane legato a fattori esterni attraverso i quali misurare il cammino percorso.
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Io non credo nei segni zodiacali, ma sono della Bilancia e qualcosa vorrà dire... La ricerca dell’equilibrio fa parte della mia natura: non accumulare, non disperdere. Ogni giorno ho bisogno di pareggiare il dare e l’avere. Cerco di trovare il giusto equilibrio negli affetti, nel lavoro, in tutto. Anche perché le cose non si fanno mai se le vuole uno soltanto. In Argentina dicono che bisogna essere in due per ballare il tango. Sarà per questo che ho sposato un’argentina?
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È difficile stabilire su che cosa si posa lo sguardo. Posso però dire che in situazioni di bombardamento sensoriale quali fiere, supermercati, grandi magazzini, la mia capacità di resistenza si è ridotta al minimo. Le barriere di selezione delle informazioni in entrata si sono mediamente alzate per tutti, ma specialmente per chi come me si occupa di innovazione estetica. Diciamo che faccio il possibile per mantenere allenata la sensibilità e alto il livello di attenzione, ma che rinuncio a priori alle forme di comunicazione che non condivido. Per esempio, in casa mia è bandita la televisione.
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thursday, 26 August 2010
Accade spesso che la scelta del mezzo attraverso cui esprimersi si trasformi in un’ossessione. Medico o architetto, idraulico o astronauta, sono i grandi dubbi che ci assillano sin dall’età della formazione per riuscire a trovare il nostro posto nel mondo. Il vero limite consiste nel fissarsi sul mezzo perdendo di vista il messaggio. Ciascuno ha la sua vita da vivere e la sua storia da raccontare, qualunque sia la
lingua che decide di adottare. E poi, nel caso, ci sono sempre i sottotitoli...
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wednesday, 25 August 2010

Io credo che gli oggetti siano un po’ come dei messaggi in bottiglia lanciati nel mare magnum del mercato:hanno tutti ambizioni comunicative e contengono indifferentemente richieste di aiuto o poesie d’amore, racconti fantastici o tragedie inconfessabili. È come se nell’oggetto volessimo racchiudere lo spirito del tempo, un tempo visto dalla prospettiva di chi progetta, una personale rappresentazione dell’hic et nunc. Ma gli oggetti sono anche testimoni di vite che finiscono, e forse è proprio questo il loro senso: uscire dall’ambito della pura fruibilitàper sopravvivere a chi li ha creati e raccontare la vita oltre la morte.
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tuesday, 24 August 2010
Le città hanno un’anima collettiva cui ciascuno di noi deve contribuire, e l’identità è un valore in continua mutazione, non un nuovo Graal per giustificare crociate. Credo che la celebre canzone di Marvin Gaye, Wherever I Lay My Hat (That’s My Home), rappresenti bene lo stato d’animo con cui ci muoviamo inquieti sulla superficie del nostro pianeta. Ovunque sia andato, ovunque abbia appoggiato il mio cappello, io mi sono sentito a casa. Credo nel diritto di terra, non in quello di sangue, e Milano mi appartiene perché ho deciso di fermarmi qui per formare una famiglia.
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monday, 23 August 2010
Scrivo quasi per necessità, come costretto a elaborare un medium espressivo consono alla mia personalità. Parto dalla sceneggiatura per arrivare al racconto spaziale. La scrittura va di pari passo con la mia capacità di evocare immagini in assenza: ho l’abilità di vedere uno spazio già finito prima ancora che sia visualizzato attraverso disegni.
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Sia che si tratti del corpo, sia che si tratti dello spazio, la decorazione non è un fattore indipendente. Io la considero complementare all’idea progettuale, inevitabile. Quello che comunemente definiamo decorazione sono i caratteri somatici degli oggetti stessi.
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Sull’atto del prendere per il culo, credo ci sia un luogo comune da sfatare: data la consistenza e il posizionamento rispetto al corpo, le natiche si prestano naturalmente all’atto di essere prese, palpate, strizzate, provocando peraltro un certo godimento sia in chi commette sia in chi subisce l’azione.
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Viviamo un tempo in cui la libertà trionfa sulla necessità, così che una sedia si può acquistare da Sotheby’s per un milione di dollari o da Ikea per dieci euro, indifferentemente e senza penalizzazioni in termini funzionali o di comfort. Il prezzo delle cose è sempre più indipendente dal suo costo reale, ed è diventato il dato politico del lavoro. Il fenomeno dell’art design è sintomatico dell’ibridazione di tempi in cui
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thursday, 19 August 2010
Il principio della condivisione di internet ha fatto molto evolvere i termini della questione. Oggi la divisione tra privato e pubblico non è più un problema di proprietà ma di etica. In ambito fisico, direi che il senso lato del possesso è una condizione che sviluppa livelli di responsabilità, sentire uno spazio come proprio genera familiarità e induce a prendersene cura. Ma la cattiva percezione della città come luogo collettivo ha fatto sì che i nuclei di aggregazione si siano spostati dall’esterno all’interno, filtrando situazioni di
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wednesday, 18 August 2010
Quando ero un bambino collezionavo immagini sacre al posto delle classiche figurine Panini. Santa Lucia con gli occhi tra le mani o san Sebastiano trafitto da frecce mi sembravano piu' stimolanti dei calciatori pettinati e sorridenti. Ora non colleziono piu' nulla, ma continuo a nutrirmi di immagini.
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tuesday, 17 August 2010
Quello che faccio appartiene alla categoria dei mestieri difficili da spiegare ai propri genitori. Quando lasciai casa dei miei per venire a studiare a Milano, era facile tradurre la mia condizione in «iscritto al Politecnico di Milano presso la Facoltà di Architettura», anche se poi avrei capito che fare l’architetto non sarebbe stato un mestiere ma un approccio alla vita. Devo ammettee che è difficile spiegare a mia madre perché disegno un tavolo con centosettantuno gambe o il mio amico Maarten Baas brucia vecchie sedie prima di usarle. Far coincidere la forma con la funzione era un ottimo alibi finché sono stati chiari i termini della questione, ma chi di noi è oggi in grado di giustificare un iPod?
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Non ci leggo assolutamente niente di tecnico nella progettazione. Una volta Ettore Sottsass mi disse: «Fabio, gli ingegneri sanno tutto. Ma sanno solo quello».

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sunday, 15 August 2010
Non mi piace parlare di architetti, spesso è una vera noia, ma parlare di Carlo Mollino è un’altra cosa. La Porsche di Mollino veniva spesso notata in luoghi di malaffare. Si intratteneva con donne di dubbia virtù che, da iconologo del nudo, era solito ritrarre con encomiabile maniacalità. Teorico dell’architettura come luogo biografico, le azioni-creazioni di Mollino sono quasi sempre state frutto di guasconate da criminale-gentiluomo qual era, e forse tutto questo me lo fa sentire così vicino. Io con la mia Porsche gialla targata MI 2L6837, allegro puttaniere lungo i viali dell’architettura.
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Ho rinunciato a fare edizioni limitate, anche se mi è stato chiesto da più parti. Il fatto è che non ci credo, nel senso che se avessi voluto fare l’artista, lo avrei fatto. Io non capisco Marc Newson che va alla Gagosian Gallery o altri designer che cercano di legittimarsi come artisti. È uno sconfinamento che mi sembra deviante. Una volta Philippe Daverio ha detto che Maurizio Cattelan è «un ottimo pubblicitario veneto». Mi ha aperto un orizzonte. A me piace molto il suo lavoro e mi sono chiesto quale sia la differenza tra il lavoro di un pubblicitario e quello di un artista. Forse oggi nessuna. Giorgio Armani nasce vetrinista della Rinascente, Andy Warhol faceva illustrazioni per grandi magazzini, Jeff Koons era broker a Wall Street...
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Credo fortemente nel valore educativo dell’estetica, non a caso nella cultura classica etica ed estetica erano insegnate parallelamente. Al contrario di chi la relega in ambiti più effimeri e superficiali, considero l’estetica un dato essenziale del mio lavoro e sono cosciente della sua forte capacità di condizionamentodei comportamenti. Non disponendo di parametri precisi per definire che cosa è bello e che cosa non lo è, penso che la concentrazione di bellezza storica del nostro Paese possa aiutare a fare da riferimento. L’italiano è per natura un affabulatore. E se il nuovo significato di design italiano si riferisse alla nostra capacità di far innamorare? L’amore è l’unica piattaforma per la soluzione dei problemi, il vero antidoto all’individualismo. Dovremmo amare e provare diletto, ovvero essere amatori e dilettanti, per sfuggire alle finte certezze del professionismo. C’è chi ha definito gli italiani un popolo di buoni a nulla capaci di tutto, ed è quel tipo di capacità che dovremmo recuperare. Dovremmo giocare a chiudere il cerchio produttivo in un girotondo di creazioni libere, inutili, perfette. Fare progetti come fiori, senza valutarne l’utilità immediata ma semplicemente per la gioia che sanno regalare. Il fiore è il vero simbolo della bellezza che può
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Io sono nato nel 1966, e credo che la mia generazione si sia trovata sempre leggermente sfasata rispetto ai grandi avvenimenti che abbiamo vissuto. Bambini rispetto al ’68 e al ’78, e ancora giovani rispetto ai «favolosi» anni Ottanta, come se le cose ci avessero sempre sfiorato. Siamo maturati professionalmente a festa finita, ed è da quando ho cominciato a lavorare che sento sempre rimpiangere il passato e lamentarsi della crisi in atto. Diciamo che abbiamo imparato da subito a camminare in salita.
A nostro vantaggio c’è però il fatto che abbiamo vissuto pienamente la mutazione tecnologica, partendo dalla televisione in bianco e nero a due canali, emozionandoci per la magia del telecomando, scoprendo il colore, e così via fino alla compatta sofisticatezza
dell’iPhone. Ho studiato architettura avendo come strumenti la matita e il pennino a inchiostro di china, imparando a mie spese che ripensamenti o imprecisioni si pagavano con lametta e
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wednesday, 11 August 2010
Mi avvicino alla scelta dei materiali come in un «casting», selezionando tra le varie possibilità i perfetti interpreti del mio «film». Senza i fanatismi di chi ne fa una bandiera, cerco comunque di evitare l’abuso di materie naturali privilegiando i materiali di sintesi. Il vetro è certamente il più «naturale» dei materiali di sintesi e forse è per questo che mi interessa molto. È sostanza e trasparenza, è la metafora della confessione, è il simbolo di una cultura occidentale che non permette di sfuggire, di nascondersi.E poi il vetro racconta storie antichissime, di spiagge fenicie e della silice di cui è composta lasabbia, e del fuoco che come per magia fonde insieme quei granelli attraverso cui si impara a vedere l’universo...
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Gli oggetti sono sempre stati strumenti di un rito esistenziale, celebrazioni di vita, morte e fertilità. C’è un oggetto che meglio di altri racconta i limiti del nostro tempo: il sacchetto di plastica. La sua vita come oggetto utile dura circa dodici minuti, il tempo medio tra la cassa del supermercato e il frigo. La sua vita come oggetto inutile e ingombrante, invece, va  da venti a duecento anni, rendendolo il rifiuto più diffuso sia sulla superficie della Terra sia sul fondo del mare. Il vecchio principio di necessità deve essere oggi condizionato da presupposti di compatibilità. La consapevolezza della durata della propria esistenza dovrebbe indurre a progettare la nascita degli oggetti considerandone contemporaneamente la loro morte.
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monday, 9 August 2010
L’esperienza è inversamente proporzionale alla gioventù: si colma la perdita dell’una con l’acquisizione dell’altra. Non la considero come uno stato di avanzamento, anzi spesso preclude spunti di innovazione.
L’esperienza gioca in difesa quanto la gioventù gioca in attacco, e nel loro equilibrio si sviluppa la vita. Penso che la vita sia come il Tetris, in qualche maniera. Si può nascere pezzo quadrato, pezzo lungo, pezzo a T o pezzo a L. Quello che si deve fare è andare a cercare l’incastro perfetto. Possiamo ruotare o accelerare la discesa, e ci è dato un intervallo di tempo per prendere la decisione. Ciascuno deve trovare il suo incastro perfetto tra diverse possibilità contribuendo a quella sedimentazione che rappresenta la continuità dell’agire umano. Fare l’amore è un incastro perfetto! Concepire la vita nasce da un incastro. Anche gli oggetti sono un incastro, sono semplicemente il negativo del nostro corpo...
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sunday, 8 August 2010
Penso spesso che darsi alla cucina è l’unico modo per «penetrare gentilmente» corpi affamati. Il livello di intimità che si concede a perfetti sconosciuti nel preparare la materia che transita attraverso la bocca per mischiarsi nel corpo, è un atto di fiducia estremo, ed è sulla reciproca fiducia che giochiamo i nostri destini. Io sono interessato alle cose che uniscono piuttosto che a quelle che dividono, e credo che il cibo sia rimasto una delle ultime espressioni culturali condivise aldilà di ogni ideologia. Sono contento di quello che sono riuscito a fare finora perché mi sembra di aver confezionato piatti golosi, ricette trasversali che mirano a saziare lo stomaco con cibo per l’anima. Ma iosono un anello della catena alimentare: mangerò e verrò mangiato.
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il mercato è come uno squalo che divide lo stesso spazio con i consumatori. Siamo pesci rossi la cui memoria si azzera ogni tre secondi creando uno stato di oblio che si perpetua all’infinito per la sopravvivenza del sistema. Lo squalo si ciba di pesciolini che non possono provare paura o accumulare esperienza per sfuggire a un destino già scritto. La libertà del pesce rosso è il perimetro di quella vasca al cui interno crediamo di godere dei privilegi diuna società evoluta. Oggi più che mai, la felicità individuale ha il dovere di produrre delle ripercussioni collettive, senza le quali la società è soltanto un sogno da predatori. Tempo fa guardavo Alla ricerca di Nemo con mia figlia, un cartone animato in cui uno squalo vegetariano aiuta un pesciolino a ritrovare suo figlio. Quale miglior metafora per sfuggire alla vasca dell’oblio? Lo squalo vegetariano è un tipo di mercato che deve trovare nell’autoregolamentazione nuove ragioni per esistere. Le urgenze del nostro tempo si valutano in termini
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friday, 6 August 2010
L’aneddotica dell’avventuriero va filtrata attraverso una quotidianità che ammorbidisce il tratto eroico restituendo sembianze umane. Per quanto cerchi di sfuggirne, l’uomo deve accettare una scansione del tempo legata ai ritmi del proprio corpo e alle condizioni in cui si trova, cercando di considerare socialità e routine come punti di forza e non segni di debolezza.
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thursday, 5 August 2010
L’essenzialità è un processo di sottrazione che si apprende soltanto con la saggezza della maturità. Essere giovani e minimalisti è una contraddizione in termini. Quando sei giovane hai troppa energia da controllare, non riesci a convogliarla, la disperdi inevitabilmente. È quello che succede tra maestro e allievo nelle arti marziali: chi credi abbia la meglio tra un giovane gigante apprendista e un vecchio piccolo maestro? La perdita delle forza viene ampiamente sopperita dall’affinamento del gesto, dalla sua efficacia. Io aspiro a diventare saggio e minimalista, ma sono cosciente di essere ancora felicemente lontano da quel risultato.
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